In questa sezione troverai articoli da me scritti o scritti da archeologi e ricercatori sull'evoluzione del cane e delle società umane ad esso connesse.
Ma, per introdurre l'argomento, iniziamo con una storia struggente, di un eroe ed un cane, diventata parte importante di un poema epico...
Nell’antica mitologia greca, uno dei racconti più toccanti e significativi che celebra il legame profondo tra uomo e cane è quello di Ulisse e il suo fedele Argo, narrato nel XVII libro dell’Odissea di Omero.
Dopo vent’anni di assenza, tra guerre e avventure, Ulisse torna finalmente a Itaca, ma si presenta travestito da mendicante per non farsi riconoscere dai Proci, i pretendenti che hanno invaso la sua casa. Nessuno, nemmeno suo figlio Telemaco, riesce a riconoscerlo. Solo Argo, il suo vecchio cane da caccia, ormai malato e trascurato, lo scorge immediatamente.
Nonostante il tempo passato e le difficoltà, Argo mostra la sua fedeltà incondizionata: solleva la testa, scodinzola debolmente e abbassa le orecchie in segno di rispetto. Questo silenzioso riconoscimento è un atto di amore puro e lealtà senza tempo. Poco dopo, Argo muore, avendo compiuto il suo ultimo dovere: accogliere il padrone che non aveva mai dimenticato.
Questa storia, oltre a essere un momento di grande intensità emotiva nella letteratura antica, è anche un potente simbolo del rapporto millenario che lega l’uomo al cane. Un legame che ha attraversato epoche, culture e continenti, evolvendosi insieme alla nostra specie.
Nel percorso di questo sito esploreremo come, da quell’antico affetto narrato da Omero, si sia sviluppata una storia complessa e affascinante: quella dell’evoluzione e domesticazione del cane, compagno fedele dell’uomo fin dai primordi della nostra storia.




I cani erano presenti nelle società mesopotamiche fin da epoche molto antiche. Già circa 5.000 anni fa, esistevano due gruppi principali di cani domestici: i levrieri, impiegati nella caccia, la cui rappresentazione più antica (il Saluki) risale a circa 7.000 anni fa su un sigillo; e i grandi mastini/molossoidi, usati per la guardia al bestiame e alle abitazioni nobiliari, con reperti datati a circa 5.400 anni fa. Questi cani guardiani erano di notevole taglia, superando i 50-60 kg. I Sumeri allevavano accuratamente levrieri e cani guardiani. La presenza di cani è testimoniata anche da ritrovamenti di impronte su mattoni della ziggurat di Ur (XXI-XX sec. a.C.), forse appartenuti allo stesso re Ur-Nammu (nei mattoni è presente anche il suo sigillo).
Testi antichi menzionano cani nobili che facevano la guardia ai potentati. Nella mitologia mesopotamica, la dea Ishtar era leggendariamente accompagnata da sette cani. Le sepolture rituali di cani insieme agli esseri umani indicano uno stretto legame in queste società.

Quando dovette viaggiare per gli inferi e recuperare il marito Dumuzi, la Dea Ishtar si fece accompagnare dai suoi sette saluki.

Il Dio Dumuzi aveva dei grossi cani neri che facevano la guardia alle sue pecore.
Nell'antico Egitto, i cani ricoprivano un ruolo di grande importanza, la cui presenza è attestata e documentata fin dalle epoche più remote, in particolare nel periodo predinastico. La relazione tra gli esseri umani e i cani in Egitto era spesso molto profonda, come evidenziato da innumerevoli rappresentazioni artistiche (incisioni rupestri, pitture, statuette) e pratiche funerarie.
Varie tipologie canine erano presenti. Tra le più riconoscibili vi erano i levrieri, come il Tesem (o Tezem) e lo Sloughi, e cani simili ai moderni cani dei villaggi africani o ai pariah asiatici. Erano inoltre rappresentati cani con caratteristiche che ricordano i Basenji e cani di tipo mastino/molossoide di grandi dimensioni, probabilmente impiegati come guardiani.
I cani svolgevano molteplici funzioni. Erano preziosi compagni nella caccia, specialmente i levrieri, come mostrano scene dettagliate nelle tombe di nobili e funzionari, dove i cani inseguono e attaccano prede selvatiche. Erano utilizzati per la guardia delle abitazioni e del bestiame e forse anche per la conduzione delle greggi. Alcune rappresentazioni li mostrano persino impegnati nel traino, come suggerito da petroglifi in altre aree geografiche che indicano l'uso dei cani per trainare aratri o carri.
Oltre ai ruoli pratici, i cani avevano un forte significato sociale e affettivo. Erano considerati esseri di affezione, tanto da essere spesso rappresentati insieme ai loro proprietari di ogni ceto, inclusi faraoni e alti dignitari. Conosciamo persino i nomi di cani appartenuti a faraoni, come i cinque cani di Intef II (fine 22°/inizio 21° sec. a.C.), tra cui Behekay (Gazzella) e Abaqer (Levriero), i nomi di cani più antichi a noi noti. L'affetto per questi animali era tale che venivano sepolti con cura, a volte insieme ai loro compagni umani, per aiutarli e proteggerli nell'aldilà. L'enorme cimitero canino di Saqqara, dove sono stati ritrovati milioni di resti, testimonia l'ampiezza di questa pratica, specialmente in epoca tolemaica. Questa consuetudine di seppellire i cani con un significato legato all'aldilà non era esclusiva dell'Egitto, ma risuona con credenze simili in altre culture antiche, inclusa la Mesopotamia.
Nella mitologia egizia, i cani erano associati a divinità fondamentali. In particolare, le divinità con testa canina o sciacalloide come Anubi (Inpw), dio della mummificazione e guida nell'aldilà, e Wepewawet (Upuaut), il "colui che apre le vie" e simbolo del viaggio nel deserto, sottolineano il legame profondo e sacro tra questi animali e la sfera religiosa egizia.
Specificamente riguardo al ventaglio di Tutankhamon, le fonti lo citano come una delle importanti rappresentazioni dello Sloughi nell'arte egizia antica. Sul ventaglio è raffigurata una scena di caccia allo struzzo. Questo manufatto, risalente a circa 3350 anni fa (periodo del Nuovo Regno, XVIII dinastia), è una testimonianza visiva diretta dell'uso di levrieri, in questo caso identificati come Sloughi, nelle cacce reali. I faraoni del Nuovo Regno erano noti per le loro abilità venatorie e l'impiego di branchi di cani snelli e agili per la caccia nel deserto. La scena sul ventaglio conferma il ruolo pratico e il valore di questi cani cacciatori nell'ambito della corte faraonica.
I cani nell'antico Egitto ricoprivano ruoli pratici vitali nella caccia e nella guardia, avevano un posto speciale nella vita domestica e affettiva delle persone, e possedevano un profondo significato religioso e simbolico legato alle divinità e all'aldilà. Il ventaglio di Tutankhamon, raffigurante uno Sloughi in una scena di caccia, è un esempio emblematico di come questi animali fossero integrati a tutti i livelli della società, inclusa la corte faraonica, e di come la loro immagine fosse immortalata per l'eternità.

Tutankhamon è forse il Faraone più conosciuto, definito 'Re bambino' perché morì a 18 anni, probabilmente a seguito di diverse patologie che lo affliggevano.
La scena che lo ritrae nel suo ventaglio a caccia di struzzi con uno sloughi al seguito, probabilmente non si realizzò mai, per via della deformazione che l'aveva colpito fin da giovane agli arti inferiori.
Di questo si è certi per via della sua mummia e per gli oltre 200 bastoni da passeggio ritrovati nella sua tomba.

Una delle più antiche rappresentazioni artistiche dei Tesem, i levrieri egizi rappresentati spesso in compagnia di sloughi, è su questo disco di 8 cm di diametro, utilizzato forse come giocattolo da qualche bambino egizio.
In esso è rappresentata una caccia alla gazzella di Thomson (Eudorcas tomsonii). Il disco ha circa 5000 anni. Questi cani furono rappresentati per tutto l'antico Regno e fino alla fine del Medio Regno, poi scomparvero, probabilmente a seguito della loro estinzione.
Nessuno si illuda: il Kelb Tal Fenek o 'Pharaoh Hound' non è un suo discendente: la genetica ha dimostrato (vedere gli studi di E.A. Ostrander) che questa razza fu selezionata negli anni '40 dello scorso secolo incrociando il Cirneco dell'Etna (di cui esistevano sull'isola di Malta allevamenti fin dal 15mo secolo), con l'Ibizan Hound e il Whippet.

Antef II o Intef II fu uno dei più longevi Faraoni dell'antico Egitto, durando il suo regno 51 anni.
Vissuto durante il periodo del Medio Regno (morto nel 2072 a.C.), una caratteristica che lo distinse da tutti gli altri regnanti fu la sua 'Stele dei cani', in cui egli compare in compagnia di 5 dei suoi cani, sui quali sono stati incisi i rispettivi nomi.
Oggi scopriamo che uno di loro era chiamato Teqru, Bollitore, probabilmente per la sua abitudine di brontolare abbastanza spesso; ma c'erano anche una 'Gazzella' (Behekay), forse per l'abilità nella caccia di questi animali, Abaqer (levriero) per ciò che in effetti era, Pehetez ' quello nero' ed anche Tekenru, il cui significato è sconosciuto.
Gli antichi Romani furono i primi a selezionare i propri cani in maniera quasi scientifica: infatti, se guardiamo le loro rappresentazioni artistiche e i numerosi resti di cani arrivati a noi, possiamo renderci conto che la varietà canina del tempo era paragonabile a quella odierna: grandi mastini e levrieri, segugi mediterranei (discendenti del Cretan Hound), cani di piccola e piccolissima taglia, anche i primi cani da conduzione del bestiame e i primi segugi con orecchie cadenti.
I Romani ebbero l'abilità di incrociare cani di tipologie e di luoghi diversi per ottenere nuove 'razze' funzionali a determinati scopi.

I levrieri continuano ad essere fra i cani maggiormente rappresentati e vengono trovati anche i loro resti nella maggior parte dei siti archeologici, da Tac Gorsium (Ungheria), a Ravenna, a Vindolanda (Inghilterra), fino ai siti dell'Asia e dell'Africa.
Di loro si parla in ambito venatorio con il Cinegetico di Arriano di Nicomedia (il quale decanta le doti canore del proprio levriero), di Grattio Falisco (il quale elenca quasi 50 tipologie diverse di cani, fra cui anche alcuni levrieri) ed altri ancora.

Dei grandi guardiani del bestiame o delle Coorti, scrivono soprattutto C.G.M. Columella e L. Varrone: quest'ultimo, soprattutto, si sofferma nel descrivere particolari del volto di questi cani, rendendoli quasi visibili mentre si legge il suo Rerum Rusticarum.
Anche di qeusti cani esistono raffigurazioni e ritrovamenti ossei in tutto il territorio imperiale.

Una delle novità di epoca romana sono i cani conduttori, con alcune rare raffigurazioni e un paio di ritrovamenti in Italia (vicino a Brescia) e in Danimarca.
Sono anche descritti da M.T. Varrone nel suo Rerum rusticarum come 'Cani umbri' in un aneddoto relativo a P. Aufidius Pontianus...

Cani di piccola e piccolissima taglia sono raffigurati in tutto l'Impero romano e allo stesso modo sono stati ritrovati numerosi resti di questi 'cagnetti' (come quello in foto, ritrovato a Ravenna, simile per morfologia ad un JRT moderno.
Gioia di donne che avrebbero fatto volentieri a meno dei mariti (così raccontava D.G. Giovenale) preferendo i propri piccoli cani alla noia mortale del matrimonio.
E se tutti i cani vengono celebrati al momento della loro morte con sepolture a volte maestose (come fece l'imperatore Adriano coi suoi cani e cavalli), in modo particolare questo avviene con i cani di piccola taglia, dei quali si possono spesso leggere epitaffi struggenti e strappa lacrime.
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